Va’ in te casén!


“Va’ in te casén!”

Indubbiamente una delle più note espressioni romagnole per interrompere o chiudere bruscamente una discussione e provocare l’interlocutore.
Ricevere tale insulto lascia spesso senza possibilità di contro ribattere.
La traduzione moderna “Va a quel paese” deriva quasi sicuramente da questa antica espressione, ma quel paese è un luogo vago, indefinito, immaginario; potremmo dire “politicamente corretto”.

Addirittura secondo il linguista austriaco Hans Christian Marckell non è detto che “quel paese” sia un “…luogo negativo ed infelice (…) come a voler semplicemente togliere l’interlocutore come scopo principale, ma senza augurargli male.” [cit. da “Italienisch Dialekt und Volkstradition” – Dunker & Humblot - 1976 ].

Sicuramente l’espressione originale “Va’ in te casén!” vuole essere offensiva e significa sì “Vai nel Postribolo” ma inteso come luogo di caos entropico, di dimensione circoscritta ad un pandemonio che ti possa racchiudere e inglobare.

“Va’ in te casén!” ha persino una cadenza musicale precisa che la rende una delle espressioni più poetiche del dialetto romagnolo, con quella sospensione tra la “a” e la “i” che da la rincorsa sul trampolino della “n” e poi il tuffo sospeso e l’arrivo sulla “t” e l’irraggiarsi dell’acqua sulla parola “casèn”.
Come ha notato giustamente la musicologa Rossiniana Alberta Maria VanDerbilt, “Va in tè casèn!” pronunciato correttamente, ricorda una struttura musicale a chiocciola di Fibonacci, esattamente come la parte centrale del “Courante” di Bach nella Suite per Violoncello op. 1 in Sol. (si consiglia “Mischa Maisky plays Bach Cello Suite no.1 in G”)

E qui si dipana una suggestione straordinaria ipotizzando addirittura una sorta di “plagio” popolare.
Anche se sembra che Bach non sia mai stato in Italia, ci sono forti probabilità che abbia però incontrato alcuni membri della famiglia Casali di Ponte Abbadesse al Caffè Zimmermann di Lipsia, dove Bach provava le proprie suonate tra il 1726 e il 1732 e dove i Casali, abituali frequentatori del Caffè e fornitori di vini, abbiano assistito a diversi concerti e apostrofato il compositore con questa espressione che poi, ripresa, sia andata a far parte del repertorio per violoncello.

C’è da dire che i Casali preferivano un genere musicale più popolare e che avrebbe dato origine al Liscio oltre un secolo dopo.

“Va’ in te casén” rimane sempre l’espressione regina degli insulti romagnoli e in seguito vedremo tutte le sue coniugazioni come “…te e trentasì di tu parént!”.